Twelve Things I Like About the Novus Ordo Mass

Fr. Dwight Longenecker

Like many, I’m critical of the abuses of the new Mass–the dreadful architecture, banal art, saccharine and heterodox music, poor preaching etc etc that too often has gone along with the reforms of the Second Vatican Council, but my point has always been that these are abuses and when you take the Ordinary Form of the Mass–simply what’s in the book–just the words and rubrics–there’s not much wrong with it. Can there be some improvements? Sure, but I’ve asked traditionalists if they can tell me what is so terribly wrong with it–just the words in the book–not all the other abuses and things they don’t like that are associated with Vatican II.

Nobody’s given me a good answer yet.

In keeping with my own view that one should always give the benefit of the doubt and try to find what’s right rather than always find what’s wrong I thought I’d put together this list of what’s GOOD about the Novus Ordo Mass.

(…)

It’s flexible. We’re supposed to honor Latin as the language of our church and it is easy enough to integrate a little or a lot of Latin into the Novus Ordo Mass. It is also flexible musically. You don’t have to use Haagan Daz, hootenany and soft rock music. Learn Gregorian chant and polyphony. It fits.

(…)

It can be celebrated ad orientem, with altar rails, communion administered to the faithful kneeling and on the tongue, well-trained altar servers, good music, vestments, architecture and art. Yes, bland and banal is possible, but so is grand and glorious.

(…)

It’s simple. The plain words and actions of the Novus Ordo provide for a celebration with noble simplicity. Just saying the black and doing the red has a down to earth dignity–not overly ornate and fancy nor banal and vulgar.
Does this mean I am against traditionalists and disapprove of the Extraordinary Form of the Mass? No. It’s good to have both and each should inform the other. A person is most often right in what he affirms and wrong in what he denies. It is possible therefore to be critical of a thing without rejecting it entirely just as it is possible to see the good in a thing without endorsing it 100%.

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Adoratio Eucharistica ad Orientem

Eucharistic Adoration can and should always be conducted with the priest (or the deacon) and the people facing the monstrance together. The priest (or the deacon) can give the Benediction from the people’s side of the altar rather than moving behind the altar.

L’adorazione eucaristica può e dovrebbe sempre essere fatta con il sacerdote (o il diacono) e il popolo rivolti insieme verso l’ostensorio. Il sacerdote (o il diacono) può impartire la benedizione stando sul lato anteriore dell’altare (verso il popolo), senza girarci intorno per andare dietro.

Msgr. Charles Pope

Come rendere popolare la postura ad orientem senza disorientare le persone

Ecco come abituare meglio il popolo di Dio alla bellezza ed alla naturalezza della postura ad orientem nella Messa

Non si può pretendere che la realtà sia qualcosa di diverso da quello che è. Il fatto è che la maggior parte delle persone considera l’orientamento verso est (ad orientem) come un cambiamento molto grande. Come tale, esso è destinato a essere controverso; presentare argomenti semplicemente accademici non sarà sufficiente per convincere la maggior parte delle persone. Quelli di noi che apprezzano il valore di questo orientamento dovranno fare molto di più per abituare le persone all’idea.

Un ulteriore ostacolo è che non tutti i sacerdoti, anche quelli aperti alla postura ad orientem, sono disposti ad affrontare le ire del loro vescovo in tale materia – e forse questa è una buona cosa. I vescovi moderano la liturgia nelle loro diocesi e i sacerdoti dovrebbero istintivamente voler mantenere l’unità con il loro vescovo. Ci possono essere momenti in cui è meglio che un prete accetti le preferenze del suo vescovo piuttosto che insistere sui suoi diritti. Questa è meno una questione di diritto quanto di prudenza e rispetto. Dopo l’ordinazione, ogni sacerdote promette rispetto e obbedienza al suo ordinario. Quindi, se un vescovo dice che non vuole che la Messa venga celebrata ad orientem come pratica generale, un prete dovrebbe riflettere a lungo e profondamente prima di insistere sul suo diritto a fare quel cambiamento importante nella sua parrocchia.

Avendo tutto questo in mente, mi chiedo se quelli di noi che sostengono l’orientamento verso est per la preghiera eucaristica non potrebbero prendere in considerazione alcuni modi più sottili di abituare i fedeli ad essa. Vi sono numerosi punti nella liturgia e nella pratica liturgica in cui il celebrante rivolge una preghiera a Dio e può rendere la cosa più evidente “girandosi verso” Dio. In alcuni degli esempi che seguono, ipotizzo una sistemazione tradizionale nel presbiterio, in modo tale che il crocifisso sia ben visibile vicino al centro e la sede del celebrante si trovi da un lato ad una certa angolazione rispetto al popolo. Con una tale configurazione, alcuni dei seguenti suggerimenti possono aiutarci a “rivolgerci ad est” e ad abituare le persone alla norma fondamentale secondo la quale dovremmo voltarci verso Dio mentre ci rivolgiamo a Lui.

  • Nella liturgia eucaristica, i riti di ingresso sono condotti dalla sede, che è spesso al lato dell’altare e un po’ angolata verso il popolo. Sebbene il prete sia rivolto giustamente al popolo per salutarlo liturgicamente e per convocarlo al rito penitenziale, non c’è nulla che gli impedisca di rivolgersi al crocifisso e / o al tabernacolo per il Confiteor e / o il Kyrie, quando lui e il popolo implorano insieme la misericordia di Dio.
  • Anche per il Gloria, il prete può essere rivolto verso il crocifisso.
  • Per la Colletta, il sacerdote può volgersi verso il popolo e dire: “Preghiamo”. Quindi, dopo la pausa silenziosa indicata dalla rubrica, può girarsi visibilmente verso il crocifisso e / o il tabernacolo per offrire la preghiera.
  • Alla recita del Credo, non c’è nulla che impedisca al prete di fare qualcosa di simile.
  • Alla preghiera dei fedeli, il sacerdote può rivolgersi al popolo per introdurre la preghiera e poi rivolgersi al crocifisso e / o al tabernacolo mentre legge le preghiere (o mentre le preghiere vengono lette da altri).
  • La preghiera dopo la comunione può essere condotta in modo simile.

Il punto in tutti questi esempi è quello di riabituare il popolo di Dio (a piccoli passi) all’opportunità di volgerci insieme verso Dio quando Lo preghiamo.

Leggi l’articolo completo di mons. Charles Pope qui (in inglese).

How to Popularize ‘Ad Orientem’ Without Disorienting People

Here’s how to better acquaint God’s people with the beauty and naturalness of the ad orientem posture at Mass

The fact is, most people see the eastward orientation as a very big change. As such, it is bound to be controversial; simply presenting scholarly arguments isn’t going to be enough to warm many people up to the idea. Those of us who see value in this orientation are going to have to do a lot more to accustom people to the idea.

A further obstacle is that not all priests, even those open to the ad orientem posture, are willing to withstand the ire of their bishop in such a matter—and perhaps that is a good thing. Bishops do moderate the liturgy in their dioceses and priests should instinctively want to maintain unity with their bishop. There may be times when it is best for a priest to accept his bishop’s preference rather than insist upon his rights. This is less a question of law than one of prudence and respect. Upon ordination, every priest promises respect and obedience to his ordinary. Thus, if a bishop indicates that he does not want Mass to be celebrated ad orientem as a general practice, a priest should think long and hard before insisting upon his right to make that consistent change in his parish.

With all this in mind, I wonder if those of us who support the eastward orientation for the Eucharistic Prayer might consider some more subtle ways of acclimating the faithful to it. There are a number of points in the liturgy and in liturgical practice when the celebrant is addressing a prayer to God and can make this more obvious by “facing” God.

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Sollemnitas Sanctæ Dei Genetricis Mariæ

In octava Nativitatis Domini

Ant. ad introitum
Salve, sancta Parens, eníxa puérpera Regem,
qui cælum terrámque regit in sǽcula sæculórum.


Vel: Cf. Is 9, 2.6; Lc 1, 33
Lux fulgébit hódie super nos, quia natus est nobis Dóminus;
et vocábitur admirábilis, Deus, Princeps pacis,
Pater futúri sǽculi: cuius regni non erit finis.

Dicitur Glória in excélsis.

Collecta
Deus, qui salútis ætérnæ,
beátæ Maríæ virginitáte fecúnda,
humáno géneri prǽmia præstitísti, tríbue, quǽsumus,
ut ipsam pro nobis intercédere sentiámus,
per quam merúimus Fílium tuum auctórem vitæ suscípere.
Qui tecum.

Dicitur Credo.

Super oblata
Deus, qui bona cuncta ínchoas benígnus et pérficis,
da nobis, de sollemnitáte sanctæ Dei Genetrícis lætántibus,
sicut de inítiis tuæ grátiæ gloriámur
ita de perfectióne gaudére.
Per Christum.

Præfatio I de beata Maria Virgine (Et te in sollemnitáte).

Ant. ad communionem Hebr 13, 8
Iesus Christus heri et hódie, ipse et in sǽcula.

Post communionem
Súmpsimus, Dómine, læti sacraménta cæléstia:
præsta, quǽsumus,
ut ad vitam nobis profíciant sempitérnam,
qui beátam semper Vírginem Maríam
Fílii tui Genetrícem et Ecclésiæ Matrem
profitéri gloriámur.
Per Christum.

Adhiberi potest formula benedictionis sollemnis.

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana

Messalino in PDF con letture in lingua italiana (da stampare su fogli A3 fronte/retro)

Missalette in PDF with readings in English (to be printed on A3 sheets, front/back)

Il Latino come lingua liturgica del Rito Romano

L’uso di una lingua sacra nella celebrazione liturgica fa parte di ciò che san Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiæ chiama la solemnitas. Il Dottore Angelico insegna: «Ciò che si trova nei sacramenti per istituzione umana non è necessario alla validità del sacramento, ma conferisce una certa solennità, utile nei sacramenti a eccitare la devozione e il rispetto in coloro che li ricevono» (Summa Theologiæ III, 64, 2; cf. 83, 4). La questione del latino va considerata da questa prospettiva.
La lingua sacra, essendo il mezzo di espressione non solo degli individui, ma di una comunità che segue le sue tradizioni, è conservatrice: mantiene le forme linguistiche arcaiche con tenacia. Inoltre, vengono introdotti in essa elementi esterni, in quanto associazioni ad un’antica tradizione religiosa. Un caso paradigmatico è il vocabolario biblico ebraico nel latino usato dai cristiani (amen, alleluia, osanna ecc.), come ha osservato già sant’Agostino (cf. De doctrina christiana II, 34-35 [11,16]).
Lungo la storia, si è adoperata un’ampia varietà di lingue nel culto cristiano: il greco nella tradizione bizantina; le diverse lingue delle tradizioni orientali, come il siriaco, l’armeno, il georgiano, il copto e l’etiopico; il paleoslavo; il latino del rito romano e degli altri riti occidentali. In tutte queste lingue si trovano forme di stile che le separano dalla lingua “ordinaria” ovvero popolare. Spesso questo distacco è conseguenza degli sviluppi linguistici nel linguaggio comune, che poi non sono stati adottati nella lingua liturgica a causa del suo carattere sacro. Tuttavia, nel caso del latino come lingua della liturgia romana, un certo distacco è esistito sin dall’inizio: i romani non parlavano nello stile del Canone o delle orazioni della Messa. Appena il greco è stato sostituito dal latino nella liturgia romana, è stato creato come mezzo di culto un linguaggio fortemente stilizzato, che un cristiano medio della Roma della tarda antichità avrebbe capito non senza difficoltà. Inoltre, lo sviluppo della latinitas cristiana può avere reso la liturgia più accessibile alla gente di Roma o Milano, ma non necessariamente a coloro la cui lingua madre era il gotico, il celtico, l’iberico o il punico. Comunque, grazie al prestigio della Chiesa di Roma e la forza unificatrice del papato, il latino divenne l’unica lingua liturgica e così uno dei fondamenti della cultura in Occidente.
La distanza fra il latino liturgico e la lingua del popolo divenne maggiore con lo sviluppo delle culture e delle lingue nazionali in Europa, per non menzionare i territori di missione. Questa situazione non favoriva la partecipazione dei fedeli nella liturgia e perciò il Concilio Vaticano II volle estendere l’uso del vernacolo, già introdotto in una certa misura nei decenni precedenti, nella celebrazione dei sacramenti (Costituzione sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 36, n. 2). Allo stesso tempo, il Concilio ha sottolineato che «l’uso della lingua latina […] sia conservato nei riti latini» (ibid., art. 36, n. 1; cf. anche art. 54). Comunque, i Padri conciliari non immaginavano che la lingua sacra della Chiesa occidentale sarebbe stata totalmente sostituita dal vernacolo. La frammentazione linguistica del culto cattolico si è spinta così oltre, che molti fedeli oggi possono a stento recitare un Pater noster insieme agli altri, come si può notare nelle riunioni internazionali a Roma e altrove. In un’epoca contrassegnata da grande mobilità e globalizzazione, una lingua liturgica comune potrebbe servire come vincolo di unità fra popoli e culture, a parte il fatto che la liturgia latina è un tesoro spirituale unico che ha alimentato la vita della Chiesa per molti secoli. Senz’altro il latino contribuisce al carattere sacro e stabile «che attrae molti all’antico uso», come scrive il Santo Padre Benedetto XVI. Con l’uso più ampio della lingua latina, scelta del tutto legittima, ma poco usata, «nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità» (ibid.).

(Leggi l’intervento completo di p. Uwe Michael Lang qui)

Introduzione al Canto Gregoriano

Questa trattazione complessa ed articolata intende fornire all’utente tutti i sussidî ed i chiarimenti di cui necessita riguardo al canto gregoriano.  Chiarimenti soprattutto di natura strutturale e schiettamente pratica; non di ordine teorico o teologico o ancor più musicologico.

Non è nostra intenzione quella di stilare un trattato teorico-pratico di canto gregoriano che competa con quelli scritti da eminenti studiosi gregorianisti, né abbiamo la presunzione di sostituirci alla preziosa risorsa dell’esperienza di tanti maestri di cappella e praticanti del canto gregoriano. Tuttavia, e ci preme sottolinearlo, questo manuale non nasce dalla trasposizione in chiave semplicistica di nozioni scritte in un manuale, in un corso scritto; anzi, qui di teoria si troverà proprio il minimo indispensabile, ciò che basta di storico per inquadrare la tematica e quanto abbisogna per evidenziare certe problematiche d’interpretazione. Tutt’altro: questa trattazione si basa sull’esperienza diretta sul campo e su quella indiretta di maestri e insegnanti, la quale è stata unita sia al necessario fondamento teorico che al buonsenso ed alla facoltà di cercare soluzioni adeguate per le parrocchie, dato che non tutte le realtà italiane sono in grado di adottare il canto gregoriano in modo completo.

Scarica il trattato completo in PDF qui.

An Idiot’s Guide to Square Notes

By Arlene Oost-Zinner and Jeffrey Tucker

You can’t get too far into Catholic sacred music without running into “neumes,” those little square notes on four lines that look beautiful if oddly antiquated. Most people have no idea how to read them, and most trained musicians are as much at a loss as anyone else. They don’t teach reading neumes (pronounced “nyoomz”) in graduate school.
What to do?
There are two typical responses. An ambitious person scrambles to find the same chant in modern notation, and usually fails. Modern-note editions of chant are out there but they are difficult to find and the repertoire is limited. A less ambitious person assumes that he or she doesn’t need to know this old notation anyway, since it is too complicated and outmoded in any case.
Either response leads the person out of chant, and back into the status quo. Well, be not afraid. This is your time-saving, ten-minute, clip-n-save intro to chant.

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